La risposta di Eugenio Scalfari al pastore Peter Ciaccio

La risposta di Eugenio Scalfari al pastore Peter Ciaccio

In seguito all’articolo di Peter Ciaccio su Voci Protestanti, pubblichiamo la risposta di Eugenio Scalfari, e un’ulteriore replica del pastore valdese.

Gentile Peter Ciaccio,

ho letto con molta attenzione la sua lettera che è a dir poco densa di riflessioni, risposte, domande.
Per quanto riguarda la sua pubblicazione sul nostro giornale, la cosa non dipende ovviamente da me. Ho trasmesso al direttore Ezio Mauro e a chi attualmente lo sostituisce (perché lui è ancora per alcuni giorni in vacanza fuori d’Italia) il testo della sua lettera. Non le nascondo che è piuttosto lunga per un giornale quotidiano; a me farebbe piacere vederla pubblicata ma ripeto la decisione non spetta a me. A me spetta però rispondere seppur brevemente al suo documento.

Le risposte a me e la domanda che lei conclusivamente mi rivolge sono lo stesso nodo che divide il pensiero di un non credente da quello di un credente. Premetto per miglior comprensione (ma nel mio articolo c’è scritto) che io sono profondamente affascinato da molti anni dalla predicazione di Cristo quale ci viene trasmessa dai Vangeli (unico documento storico che possediamo in materia), sebbene essi differiscano notevolmente uno dall’altro. In particolare quello di Marco differisce notevolmente da Matteo e da Luca e quello di Giovanni da tutti gli altri. Faccio notare che sia Marco che Giovanni non dicono assolutamente nulla su Gesù di Nazareth per quanto riguarda i trent’anni vissuti prima dell’inizio della predicazione, sebbene anch’essi affermino che si tratta del figlio di Dio anche se da noi conosciuto come uomo che vive i dolori, le gioie, le paure e i desideri degli uomini.

In realtà di tratta di uno sradicato, se visto come uomo, il quale esce da casa a trent’anni e non ci torma mai più fino alla morte abbandonando madre, padre e fratelli e amandoli solo nella misura in cui loro (la madre in particolare) abbandonano anch’essi la loro casa e lo seguono per tre anni fino alla morte. Faccio notare che è uno sradicato nel senso alto del termine il quale chiede amore per sé e abbandono totale di ogni altro rapporto familiare. Ammetterà che è un sentimento assai difficile da definire, posto che di un uomo stiamo parlando.

Le pongo io una domanda che nell’articolo non ho formulato perché mi sembrava alquanto blasfema. Gesù assunse su di sé la colpevolezza di tutti gli uomini e predicò l’amore di tutti verso tutti come l’unico modo per amare Dio, ma aggiunse a questo che gli uomini potevano conoscere Dio soltanto passando attraverso di lui, Cristo: era lui che trasmetteva al Padre l’amore degli uomini come sarebbe stato lui a celebrare il giudizio universale. Ma poiché la Chiesa da lui commissionata a Pietro era la sua Sposa, sarebbe stata la sua Sposa, incaricata di “sciogliere e legare”, ad effettuare la prima intermediazione, non scordando quella di Maria e quella finale di Cristo. Questo è il percorso della Chiesa, che Lutero distrusse con le sue famose tesi che prevedevano il rapporto diretto del cristiano con Dio Padre.

Indipendentemente da questa complessa architettura che i protestanti semplificarono al massimo, resta il fatto che il movimento protestante si è diviso in una infinita quantità di sette le quali hanno certamente una capacità predicatoria e missionaria ma ognuna delle quali procede per conto proprio e con piccole o grandi varianti rispetto alle altre.

Quando Gesù assunse su di sé la colpevolezza di tutti con lo scopo di recuperare l’alleanza tra le creature e il creatore, questa salvazione si sarebbe effettuata soltanto nella misura in cui l’amore per sé diventasse secondario rispetto all’amore per gli altri. Il miracolo Gesù lo fece e non fu la resurrezione ma la crocifissione. Tuttavia non lo fece affatto nei confronti degli uomini che era venuto a salvare e a ripristinare la famosa alleanza. Sono passati duemila anni da allora. Lei è pastore valdese. Le risulta che nell’umanità che conosciamo dopo duemila anni da allora l’amore per sé sia diminuito e quello per gli altri aumentato?

La ringrazio per quanto mi ha scritto. Di queste cose, come forse lei sa, io ho parlato piu volte e a lungo con Carlo Maria Martini. L’ultimo colloquio avvenne quando le sue parole venivano tradotte da un giovane sacerdote che decifrava i suoi movimenti labiali. Insomma stava morendo. Ma lui capì quello che io dicevo e poiché posi a lui le stesse domande che ho posto al Papa, la sua risposta fu “non tocca a me giudicare”.

Lei viceversa mi risponde con dei no di cui non capisco bene il significato e quanto al fatto che Dio continui ad esistere anche se non sarà più pensato antropomorficamente come noi facciamo, lei dice che sarà vissuto in qualche altro modo da noi non immaginabile. Sarà vissuto da un topo, da una formica e forse da una gazzella. Sicché è perfettamente giusto dire che il Dio che noi pensiamo sarà morto. Per quanto mi riguarda non è mai nato perché è una consolatoria invenzione della nostra mente.

Un cordiale saluto.

Eugenio Scalfari

Gentile Eugenio Scalfari,
La ringrazio dell’attenzione posta alla mia risposta. L’attenzione che lei rivolge alla figura di Gesù e le conclusioni laiche che trae dalla lettura attenta dei Vangeli mi stimolano a continuare nel dialogo. In particolare mi ha colpito l’immagine dello sradicato. Alla Facoltà Valdese di Teologia studiavamo il ruolo di “outsider” narrativamente ricoperto spesso da Gesù e trovo che “sradicato” renda bene il concetto.

Prima di arrivare alla domanda che mi pone, vorrei chiarire il passaggio sulle “sette”. Appartengo a una minoranza sin da bambino, con tutte le scomodità del caso: giustificare a scuola la propria diversità, spiegare cose che nessun altro era chiamato a spiegare. Fortunatamente i miei figli sono nati in un’Italia più plurale, grazie all’immigrazione di cristiani ortodossi e islamici. Ad ogni modo, da grandi si apprezza la possibilità avuta di crescere in una minoranza, in qualche maniera ci si sente più preparati ad affrontare la vita e, forse, non le avrei scritto se non fossi cresciuto così. Restano tuttavia delle ferite, dei termini che non vanno proprio giù e, per i protestanti, il peggiore credo sia “setta”. È vero che siamo frammentati in diverse chiese. Tuttavia, questa è una caratteristica anche del cattolicesimo: in Italia quando parliamo della “Chiesa” viene in mente un monolito fatto di dogmi e gerarchia. In realtà il cattolicesimo è molto più variopinto di quanto non si pensi e ci sono anime che hanno tra loro un atteggiamento invero settario: non si parlano, non collaborano, hanno diversi partner ecumenici, non si incontrano. Detto questo, la parola “setta” in ambito religioso è dispregiativo, come l’inglese “cult”: le sette sono gruppi che vivono separati dal mondo, spesso in balia di un leader carismatico che fa le veci di Dio. Penso ai Davidiani della tragedia di Waco o agli adepti dell’Heavensgate che si suicidarono convinti che un’astronave aliena fosse pronta a portare le loro anime in un mondo migliore. Ora, se un giornalista della BBC definisse “cult” la chiesa cattolica, in Gran Bretagna sarebbe uno scandalo. In Italia invece non è un problema parlare di sette protestanti. Per carità, non è l’anomalia italiana più grave, ma è interessante notare che neanche la chiesa cattolica, che pur ci non riconosce piena ecclesialità, osi chiamarci “setta”.
Sul ruolo della Chiesa di Cristo, abbiamo una diversa comprensione dei relativi passi del Nuovo Testamento. Cristo non commissiona la Chiesa a Pietro, ma la fonda sulla sua fede. Quale fede? La fede in Cristo («Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»). Sul potere delle chiavi (quello di sciogliere e legare) noi protestanti contestiamo alla Chiesa cattolica di averlo trasformato in un potere secolare. Lutero infatti teneva in gran conto il potere di sciogliere e legare e sosteneva che fosse dato ad ogni cristiano che ascoltava la confessione del fratello. Il protestantesimo in seguito ha abbandonato la pratica della confessione privata. Tuttavia non ha distrutto il ruolo della Chiesa, ma lo ha trasformato: la Chiesa non è mediatrice. L’unico mediatore è Cristo. La Chiesa è l’assemblea dei credenti, la Communio Sanctorum.

Ma arrivo alla domanda. La domanda che mi pone è difficilissima. Se «nell’umanità che conosciamo dopo duemila anni da allora l’amore per sé sia diminuito e quello per gli altri aumentato?» In altre parole, mi chiede se il cristianesimo sia servito a migliorare il mondo. Non lo so. Non è scomparso certamente l’amore egoista, quello alla base della violenza, descritto da Oscar Wilde nel carcere dov’era stato sepolto dalla sua patria omofoba: «Yet each man kills the thing he loves» («Eppure ogni uomo uccide la cosa che ama»). Ci sono però esperienze laiche che hanno migliorato il mondo. Penso, ad esempio, a ciò che caratterizza maggiormente la nostra epoca, quella che Rita Levi Montalcini definì la più importante invenzione del XX secolo: Internet. I suoi inventori, Tim Berners-Lee e Vint Cerf, decisero di non brevettarlo, ma di regalarlo al mondo. Certo, hanno ricevuto onore e gloria, ma, da un punto di vista egoistico, è nulla rispetto ai soldi che avrebbero potuto accumulare. Fatto apparentemente non collegato: nel 2006 un’influenza aviaria stava decimando la fonte di sostenamento di milioni di africani. Una ricercatrice italiana, Ilaria Capua, isola il virus e decide di non brevettare la sua scoperta, come suggerito dall’OMS, ma di condividerla in rete per trovare prima il rimedio: prima viene la vita delle persone coinvolte, non i soldi e il prestigio. E sappiamo quanto poco sono remunerati i ricercatori italiani. Da un gesto di amore ne è nato un altro. La scelta dei fondatori del Web ha creato le condizioni per un’altra scelta nobile.
In altre parole, l’amore per il prossimo nasce dall’amore per il prossimo. Pertanto lo stesso si può dire di chi ha scelto di amare il prossimo a discapito del proprio tornaconto proprio in virtù del gesto supremo di Cristo. L’amore nasce dall’amore.
Certo, parliamo di amore in senso laico, umanista. E va anche bene così. Ho trovato interessante che mi abbia chiesto dell’amore, parlando di Dio. Per Ingmar Bergman il silenzio di Dio era dato dall’incapacità degli esseri umani di amarsi.

In conclusione, non ho l’ambizione di convincerla che Dio non sia una consolatoria invenzione della nostra mente. Immagino che neanche il grande Carlo Maria Martini avesse questa ambizione. Però mi stimola l’aggettivo “consolatoria”. Di fronte a un lutto recente ho trovato molta consolazione nella fede e nell’amore di chi mi circondava, ma non avevo mai pensato alla fede come consolatoria, quanto piuttosto come fonte di speranza. Per un (quasi) giovane come me è importante sperare che ci sarà un futuro possibilmente migliore. L’Italia sembra un paese senza futuro, avvitato su se stesso. La fede è in parte consolatoria: lo dice anche il Catechismo di Heidelberg. Per quanto mi riguarda, però, non è illusoria. È motore di vita, è dono di una prospettiva, la prospettiva dell’eternità. In uno dei suoi discorsi più famosi, Martin Luther King disse di ritrovarsi come Mosè: non avrebbe calpestato la Terra promessa, non avrebbe visto la fine delle discriminazioni razziali in America, ma allo stesso tempo Dio lo aveva fatto salire sulla cima della montagna e gliel’aveva mostrata. Il pastore King ha trovato certamente consolazione. Ma non si era illuso.

Con profonda stima,
Peter Ciaccio

http://vociprotestanti.it/2013/08/11/la-risposta-di-eugenio-scalfari-al-pastore-peter-ciaccio/

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