piacentini primo maggio

Ma ti pare che la risposta della Cassaniti possa essere quella di accettare ora un arbitrato?

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Ma ti pare che la risposta della Cassaniti possa essere quella di accettare ora un arbitrato?

Cos’è cambiato da quando glielo proposi io, bonariamente?

NIENTE, se non che ora la proposta è giunta da un legale pagato da un privato.

Dubito che non abbia accettato la mia proposta solo per il gusto di costringere qualcuno a rivolgersi ad un legale.

PIÙ PROBABILMENTE sperava che nessuno si sarebbe rivolto ad un avvocato
e di poter così continuare, serenamente, a gestire l’associazione come ha sempre fatto: come fosse cosa sua.

Dubito che la decisione in merito all’accettare o meno la richiesta di arbitrato sia stata sottoposta a tutti i consiglieri e sia stata oggetto di direttivo, anche telematico.

Dubito vi siano pareri scritti da parte dei consiglieri.

Piu facile abbia deciso autonomamente, come abituata a fare, come fosse lei l’organo di governo e non il consiglio, motivo per cui da anni mi sono messo di traverso.

Pensi che i consiglieri siano stati coinvolti al momento di decidere se rispedire al mittente la quota associativa di tua sorella, madre orbata come altre, senza neppure inviarle personalmente due righe che giustificassero tale atto?

Pensi che nel libro dei verbali compaia traccia di questa decisione?

In ogni caso, se il proponente riterrà opportuno interessare della cosa il presidente del tribunale di Roma, l’arbitrato farà il suo corso.

In un famoso libro del 1993, l’economista Albert Hirschman prende in considerazione le strade che si profilano davanti a chi non condivide più il modo di operare dell’organizzazione a cui appartiene.

La prima, la più semplice e la più immediata, è quella dell’exit (la defezione): non sei d’accordo? Te ne vai. È la scelta più semplice ma non è detto sia la migliore.

Esiste una seconda strada: la voice (la protesta), che consiste nel fare emergere il proprio disaccordo, con una protesta non fine a se stessa ma volta a determinare un cambiamento nel funzionamento dell’organizzazione.

C’è poi la loyalty (il sentimento di lealtà), in cui il senso di appartenenza fa accettare, in silenzio, anche le cose che non si condividono e la caduta di qualità della propria organizzazione (non è sempre opportunismo e non va banalizzato).

Non c’è una risposta valida in ogni contesto.

Quando l’exit è una scelta individuale, silenziosa, non produce un efficace risultato collettivo.

Ma organizzare la protesta, la voice, trasformandola in una azione condivisa, capace di incidere, è sempre più difficile.

E quindi perché non esco dall’AIFVS?

Prima di tutto per un senso di appartenenza ed identità.

Mi sono iscritto AD UNA SOLA ASSOCIAZIONE nella mia vita, l’AIFVS.

Quando vado tra i miei associati ed incontro tante persone interessate, motivate, partecipi, di cui condivido la visione e i valori, mi dico: questa è l’AIFVS in cui voglio restare!

Quando vado alle feste del Pd e vedo tanti volontari che danno il loro tempo e la loro fatica per senso di appartenenza ad una comunità mi dico: questo è il Pd in cui voglio restare!

Quando vedo RESPONSABILI DI SEDE, che si danno da fare con passione in situazioni, in cui i riconoscimenti e le risorse sono sempre meno ed i vincoli sempre di più, mi dico:
questa è l’AIFVS in cui voglio restare!

Quando vado a dar conforto ad un familiare, so che sono lì per cercare di rappresentare al meglio, con competenza, onestà e passione, le persone che vedono in me un PORTAVOCE dell’AIFVS.

Non esco dall’AIFVS perché credo che ci sia ancora spazio per la voice, la possibilità di organizzare e manifestare un dissenso.

Non esco dall’AIFVS,
perché
uscire dall’AIFVS o restare dentro all’AIFVS,
per organizzare una alternativa al corso che la nostra associazione sta prendendo,
non è e non deve essere, secondo me, una scelta personale di Franco Piacentini,
ma una scelta collettiva dei tanti che in questo momento soffrono per scelte che non capiscono e non condividono e per un’associazione troppo abbandonata a se stessa.

Non certo per la decisione di un gruppetto di persone a cui non riconosco alcuna competenza.

Franco Piacentini

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